Un fatidico leone di San Marco cambiò la vita dello scultore Antonio Canova | Arte2000
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Un fatidico leone di San Marco cambiò la vita dello scultore Antonio Canova

Il “leone di burro” e l’estasi di nobili veneziani nella villa di Giovanni Falier

Si racconta che Antonio Canova all’età di circa dieci anni, durante una cena tra nobili veneziani, ospiti del senatore Giovanni Falier nella villa a Predazzi di Asolo, ebbe l’occasione di esprimere il suo talento, la sua creatività e la sua inclinazione per il bello. Per lui era naturale trasformare la materia in un’opera d’arte curando con attenzione e maestria ogni dettaglio.

Quella sera in cucina si ruppe per sbaglio la scultura in vetro di murano da mettere al centro della torta. La governante, che aveva già visto il piccolo Antonio lavorare la creta in modo superbo, chiese il suo aiuto. I cuochi gli dissero di creare qualcosa di originale. Antonio modellò con il burro un maestoso leone di San Marco con le ali spiegate. Tutti gli invitati rimasero estasiati.Il padrone di casa si meravigliò nel vedere un’espressione artistica tanto talentuosa nelle mani di un fanciullo.

Giovanni Falier decise quindi di prendersi cura dell’istruzione e formazione professionale di Antonio; gli permise di lavorare nelle migliori botteghe, come quella di Giuseppe Bernardi detto il Torretti, prima a Pagnano d’Asolo poi a Venezia e di frequentare la scuola di nudo all’Accademia delle Belle Arti.

Non è dimostrato se la novella del “leone di burro” sia un fatto realmente accaduto, di certo l’appoggio della famiglia Falier cambiò la vita di Antonio Canova, gli permise di coltivare la sua inclinazione all’arte della scultura ed esprimere il suo talento.

La tomba di Clemente XIII (Canova, 1791) – Basilica di San Pietro, Roma

 

La vita di Antonio

Antonio Canova (1757 – 1822) fu uno scultore e pittore italiano di grande talento, uno dei più famosi a livello europeo ed uno dei massimi esponenti tra gli scultori del Neoclassicismo. Nacque a Possagno, un paese ai piedi delle Prealpi venete, e morì a Venezia.

La sua era una famiglia benestante di scalpellini, con esperienza in architettura e per un periodo proprietaria di cave a Possagno, impoveritasi nel corso di pochi anni a causa di sbagliate speculazioni.

Dopo aver seguito per anni gli insegnamenti di validi maestri ed aver realizzato opere solo in argilla e pietra tenera, aprì a Venezia il suo primo laboratorio e iniziò a scolpire il marmo in autonomia. Per lui la tecnica non poteva competere con l’osservazione profonda del vero e della natura da cui trasse ispirazione. Trasferitosi a Roma, dove visse il resto della sua vita, si occupò anche di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Al suo studio romano, fecero visita nobili italiani e stranieri, in particolare russi, che gli commissionarono opere per abbellire le loro residenze in Europa.

Monumento funebre di Antonio Canova – Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia

La sensibilità di Antonio

Il padre Pietro Canova morì quando lui aveva poco più di tre anni. La madre Maria Zardo Fantolini qualche anno dopo si sposò nuovamente, abbandonò il figlio e ritornò a Crespano del Grappa, suo paese natale. Antonio rimasto solo a Possagno, fu affidato alle cure del nonno paterno Pasino Canova, tagliapietre e scultore locale di discreta fama. Pasino era molto severo, spesso iroso e collerico. La nonna paterna spesso mediava tra la sensibilità, la delicatezza e la fragilità del nipote e l’aggressività e l’irruenza del marito. Quale amante della sua professione, Pasino fu un valido maestro e insegnò le tecniche del mestiere ad Antonio che grazie alla sua indole apprendeva con facilità e velocità. Per gli stenti in cui viveva ormai la famiglia, Antonio fu costretto a lavorare già da piccolo: lavorò in una cava di marmo e come aiutante del nonno che prestava servizio come capomastro muratore e giardiniere nella villa di Giovanni Falier. Iniziò presto a realizzare in autonomia piccole figure che spesso regalava al figlio del senatore Falier, molto cordiale e gentile con lui e spesso compagno di giochi.

Autoritratto di Antonio Canova scultore

 

Fu proprio in casa Falier che la vita di Antonio ebbe una svolta.

Gli eventi avevano segnato la vita di Antonio. Con la sua innata abilità riusciva a modellare e scolpire la materia con passione facendola diventare un mezzo per esprimere la sua sensibilità e la sua interiorità. Espresse il suo talento soprattutto nelle sculture in marmo bianco ricche di dettagli e particolari, sapientemente levigate per trasmettere lucentezza. Mirava ad esaltare la bellezza assoluta, ideale e la perfezione sfruttando la conoscenza della scultura classica e la padronanza della tecnica.

In un precedente articolo, abbiamo raccontato un aneddoto sulla sua famosa opera “Amore e Psiche”.

L’arte esprime l’interiorià e la sensibilità dell’artista, la lettura di un’opera diventa comprensione del suo animo.
NdR

 

Per qualsiasi riflessione o curiosità sugli scultori inserisci un commento nel form sottostante.

Sitografia:

Museo e gipsoteca Canova a Possagno

4 Comments
  • Martina

    7 febbraio 2018 at 21:31 Rispondi

    Paola e bellissimo questo post! Complimenti!!

    • Arte 2000

      8 febbraio 2018 at 10:36 Rispondi

      Grazie Martina, sto scoprendo che ci sono un’infinità di aneddoti curiosi e molto interessanti su scultori, monumenti e opere in marmo. A breve il prossimo

  • franco paluan

    25 settembre 2018 at 20:10 Rispondi

    Non è stato uno scultore e pittore italiano.Nato nello Stato Serenissimo Veneto.

    • Arte 2000

      27 settembre 2018 at 16:44 Rispondi

      La ringrazio per l’intervento. In effetti la Repubblica di Venezia contribuì alla formazione culturale e artistica del Canova. Fu un uomo dalle grandi doti umane che aiutò i bisognosi con donazioni e opere di bene. Solo dopo la sua morte si parlò della sua generosità e misericordia.
      Abbiamo dedicato un articolo alla sua elevata sensibilità che emerge in “Amore e Psiche stanti”. È uno dei grandi protagonisti dell’arte scultorea, tutti dovremmo esserne fieri.

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